
Accanto alle onde d’urto focalizzate, la medicina moderna ricorre anche alle onde pressorie radiali. Il fisico Isaac Newton formulò il famoso principio di »azione e reazione« già nel 1687.
Oggi, il funzionamento di un’apparecchiatura a onde pressorie a produzione balistica si basa esattamente sulla legge della conservazione della quantità di moto che da tale principio deriva.
La terapia con onde pressorie si basa sul principio newtoniano di “azione e reazione”, pubblicato dal grande fisico nel 1687.
Servendosi di trasmettitori dalla forma specifica, si trasmette al tessuto biologico, e di conseguenza alla zona dolente, energia meccanica sotto forma di onde pressorie acustiche.
Le onde pressorie radiali balistiche, il cui impiego in ambito medico risale alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso, sono un’alternativa conveniente, soprattutto per il trattamento di patologie muscolo-scheletriche.
Benché dal punto di vista della fisica non sia corretto, le onde pressorie radiali sono spesso chiamate onde d’urto radiali.
Dal punto di vista della fisica non è tuttavia corretto usare il termine onda d’urto per definire le onde pressorie radiali: la durata dell’impulso di queste ultime è infatti notevolmente più lunga di quella delle onde d’urto.
La lunghezza d’onda di un’onda pressoria varia da 0,15 a 1,5 m, mentre la lunghezza d’onda delle onde d’urto è di 1,5 mm, quindi significativamente minore.
Ciò spiega perché, al contrario delle onde pressorie, le onde d’urto si possano focalizzare.
Benché nella prassi le onde pressorie radiali vengano comunemente denominate onde d’urto radiali, i loro impulsi hanno una durata decisamente maggiore rispetto alle onde d’urto focalizzate.
Le indicazioni per il trattamento con onde pressorie radiali o onde d’urto focalizzate ed i successi terapeutici conseguiti con i due metodi sono molto simili. Nella prassi si parla quindi di »terapia a onde d’urto radiali« (RSWT).
Sai come si generano le onde d’urto radiali?
Le onde pressorie si generano attraverso la collisione fra due corpi solidi. La sequenza è: si ha l’accelerazione di un proiettile fino a una velocità di alcuni metri al secondo (fra ca. 5 e 25 m/s, di molto inferiore alla velocità del suono in acqua pari a 1500 m/s), indotta servendosi ad esempio di aria compressa (analogamente al funzionamento di un fucile ad aria compressa), e quindi la sua decelerazione repentina sul corpo d’impatto (trasmettitore).
Il corpo d’impatto, un corpo a sospensione elastica, viene posizionato sopra la zona da trattare a diretto contatto con la superficie corporea, solitamente interponendo un gel per accoppiamento per ultrasuoni.
Al momento della collisione fra proiettile e corpo d’impatto una parte dell’energia cinetica del proiettile viene ceduta da questo al corpo d’impatto che per un breve tratto (solitamente < 1 mm) si muove per inerzia di traslazione a una velocità notevolmente minore (solitamente < 1 m/s) finché il tessuto accoppiato o il manipolo non arrestano il movimento del corpo d’impatto.
Nel punto di contatto, il movimento del corpo d’impatto viene trasmesso al tessuto, dove genera un’onda pressoria radiale a propagazione divergente.
A determinare la durata dell’impulso pressorio è il movimento di traslazione del corpo d’impatto, che all’interno dei tessuti varia da ca. 0,2 a 5 millisecondi (ms).

La durata degli impulsi pressori trasmessi ai tessuti è più lunga di quella delle onde d’urto e precisamente di un fattore 1000.
Con questo metodo le pressioni di picco specifiche sono molto minori rispetto alle onde d’urto; variano da ca. 0,1 a 1 MPa e sono quindi inferiori di un fattore 100.1,8.

La collisione sprigiona nel corpo d’impatto anche un’onda acustica ad alta frequenza (suono intrinseco).
Per via della forte differenza fra le due impedenze acustiche (metallo, acqua) solo una minima parte (ca. il 10%) di quest’energia oscillatoria irradia nel tessuto o nell’acqua.
L’energia contenuta nella vibrazione acustica ad alta frequenza è notevolmente minore rispetto all’energia contenuta nell’impulso pressorio a bassa frequenza di cui sopra.

Propagazione delle onde pressorie
Partendo dal punto di collisione del corpo d’impatto le onde pressorie, come descritte sopra, si propagano nel tessuto circostante con una diffusione radiale.
La densità d’energia dell’onda pressoria accoppiata al tessuto diminuisce rapidamente man mano che questa s’allontana dal punto di accoppiamento (proporzionalmente 1/r2).
L’effetto maggiore si osserva nel punto di applicazione del corpo d’impatto, ossia sulla superficie cutanea.

Parametri caratteristici delle onde pressorie / Misurazione delle onde pressorie
Data la durata molto più lunga dell’impulso e la minore ampiezza pressoria, la misurazione della pressione in acqua, usata comunemente per le onde d’urto, non è adatta come modello per le onde pressorie.
Un metodo più efficace è quello di rilevazione della deviazione del corpo d’impatto e della forza trasmessa su pseudotessuto in materiale viscoelastico.
Comunque, dato che tali parametri dipendono in gran misura dal tipo di corpo d’impatto (trasmettitore) impiegato, si continua a indicare come misura dell’intensità la pressione che aziona e accelera il proiettile.

Effetti fisici e biologici delle onde pressorie
Le onde pressorie radiali generano vibrazioni nel tessuto che vanno a stimolare la microcircolazione e il metabolismo. Nonostante i numerosi successi terapeutici, gli esatti effetti biologici sono stati sinora poco indagati dal punto di vista scientifico.
Malgrado le differenze fisiche, e i differenti campi applicativi che queste definiscono (trattamento superficiale o in profondità), è interessante notare che vi sono parziali analogie per quanto riguarda gli effetti della stimolazione e i meccanismi terapeutici.
Le onde pressorie radiali sono particolarmente indicate per il trattamento di algie localizzate in zone superficiali.
Nel caso delle sindromi dolorose miofasciali è imprescindibile applicare le onde pressorie radiali per distendere la muscolatura e/o le fasce prima o dopo il trattamento con le onde d’urto focalizzate.
L’analogia degli effetti derivanti dalle onde d’urto focalizzate e dalle onde pressorie radiali è spiegabile attraverso il meccanismo della meccanotrasduzione, alla base di entrambe le metodologie.
Mentre le onde d’urto focalizzate permettono con un’onda corta di attivare gli impulsi della stimolazione in maniera mirata a livello superficiale o in profondità, nel caso delle onde pressorie radiali le limitate possibilità di focalizzazione consentono solo un’azione superficiale, con un effetto a calare in senso radiale nella profondità.
Onde d’urto focali e onde pressorie a confronto
Le onde d’urto e le onde pressorie si differenziano sia per le loro caratteristiche fisiche che per le diverse tecniche di generazione, ma anche per il numero di parametri abitualmente impiegati nonché per la profondità di penetrazione nel tessuto a fini terapeutici.
Le differenze più spiccate sono riassunte nella seguente tabella:






